Il Corano e l'Islam, studio storico e geopolitico > Comunità
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chapitre 5
Religione, comunità e politica

L’Europeo che non riesce a capire i principi che regolano l’umma (o « omma ») non può capire la mentalità musulmana e non può,per questo, contrastarne gli effetti.

Infatti, se, nei paesi musulmani, l’islam si confonde con lo Stato (39), la società musulmana stessa possiede – almeno in apparenza – i caratteri d’una teocrazia laica. Il Califfo – che può essere il re d’un paese musulmano, come in Marocco – è il successore del profeta e, in quanto tale, è lui – e nessun altro – che detiene il potere esecutivo. Gli viene « da dio » come i vecchi monarchi « per diritto divino » che regnarono sull'Europa. Ma se gli Europei sono riusciti ad abolire questa forma di potere nel XIX secolo, il mondo islamico vi è rimasto profondamente attaccato. Il Califfo è il delegato di dio sulla terra, parla in suo nome e dirige in suo nome. E non c'è modo , per un « credente », di rimettere questo dogma in questione.

Tra l'Europa democratica e laica, da una parte, e il mondo musulmano impregnato di questa visione teocratica del mondo,dall'altra, il fossato si è allargato di anno in anno ed è quasi impossibile colmarlo. L'Europeo non vive più, da un bel po', sotto il giogo di una legge intoccabile e irrevocabile che sarebbe stata dettata da un essere supremo, invisibile e inconoscibile. Una legge che vale sia per lo spirituale che per il secolare. Il musulmano, lui, accetta sempre questo modo di vedere le cose. E non è che molto raramente disposto a rimettersi in questione. Perché un musulmano accetti di « discutere »o di riconsiderare le sue posizioni, bisogna che sia stato tagliato dalla sua comunità e dalla sua famiglia. Altrimenti, gli obblighi esercitati dal suo ambiente gli impediscono di fare intervenire il suo libero arbitrio e di esprimersi come individuo.

L’Europeo vive e si organizza in funzione di sé stesso e dei suoi vicini . Il musulmano vive e si organizza in funzione dell'intera comunità. E' un comportamento sociale che assomiglia a quello dei Giapponesi, questi tuttavia rivolti verso il futuro e poco inclini a guardare oltre le loro frontiere mentre i musulmani sono rivolti verso il passato e considerano la loro comunità mondialmente, senza nozioni di frontiere.

Nella terra dell’islam, il dovere religioso dei capi costituisce uno scopo in sé. E comprende tutto ciò che può essere compiuto in favore e in nome dell’islam, considerato contemporaneamente come religione e come sistema socio-politico. In un tale contesto, il califfo conquista, difende e amministra in nome dell’islam e del corano. Questo sistema s’appoggia tuttavia su generalizzazioni di principio, non su regole stabili. E' un sistema autoritario e fondamentalmente anti-democratico. Non c’è nessuno tra il califfo e i suoi sudditi, eccetto uomini a lui devoti (poliziotti, militari, giudici,…) che sono incaricati di applicare la sharî’a in suo nome e in nome d’Allah. In terra d’islam, ogni uomo che è reputato di avere una conoscenza sufficiente della « Legge » può ricoprire qualunque funzione politica, amministrativa o giudiziaria. E' la supremazia assoluta dell'insegnamento coranico su tutte le altre forme d’educazione. Ed è per questo che, in numerosi paesi musulmani, non si dà che l’insegnamento coranico. Questa è una causa supplementare di frattura tra il mondo occidentale – aperto a tutte le conoscenze – e il mondo musulmano ostinatamente ostile a ogni conoscenza che non sia letteralmente conforme al corano.

Ricordiamo tuttavia che nell’islam originale, la comunità dei credenti disponeva d’un diritto d'ispezione nei confronti del modo d'interpretare la legge coranica (40), anche e soprattutto quando queste interpretazioni emanavano dal califfo. Ma appena la comunità cominciò ad identificarsi con lo Stato – e viceversa – il potere del « comandante dei credenti » (amîr al-mominîn) sfuggì totalmente al controllo dei fedeli. Ancora oggi, il « capo » d’une comunità musulmana – altrimenti detto d’uno Stato musulmano – è prima di tutto quello che dirige la preghiera ma anche il capo religioso che dà alle sue armate la « baraka », la garanzia della vittoria.



Saddam Hussein e il colonnello Kadhafi illustrano bene questo ruolo. E in un certo modo, Osama Bin Laden ricopre esattamente lo stesso ruolo nei confronti della sua « comunità ». Ciò che lo differenzia da un Saddam Hussein o da un Kadhafi, è che la sua comunità è dispersa un po dappertutto nel mondo invece di essere concentrata su un territorio determinato. E' una comunità fatta di scontenti, d’arrabbiati, di sradicati e di fanatici religiosi. E' una diaspora musulmana che si è cristallizzata intorno ad un uomo in cui ha creduto di riconoscersi. Bin Laden è il califfo d’una comunità che si chiama « al Qaïda » (la solida base) e si comporta proprio come tale.

Come i califfi del vecchio impero arabo-musulmano, i califfi moderni delegano i loro poteri – in tutto o in parte – a dei subordinati. E' così che l’imâm è incaricato di dirigere la preghiera in nome del califfo, che l’amîr comanda le armate mentre il visir guida il governo, sempre in nome del califfo.

Questa delega di poteri ha comportato l’apparizione d’una gerarchia politica, militare e sociale che va contro i principi dell’islam originale. E' anche stata all’origine di numerosissimi colpi di stato, specialmente da parte degli emiri che non si accontentavano sempre di guidare la « djihad » (guerra santa) in nome del califfo. Quando rientravano vittoriosi, succedeva spesso che sfruttassero il loro prestigio per scopi strettamente personali. Per questo fatto, i regimi islamici sono spesso stati regimi instabili, scossi da lotte intestine e rivoluzioni di palazzo.



Risulta da tutto ciò che l’omma – che costituisce il fondamento della società musulmana – è un principio erroneo dagli effetti perversi. Comporta inevitabilmente un tipo di governo antidemocratico, raramente efficace e generalmente instabile. Per avere qualche possibilità di sopravvivere, un potere politico ispirato dall’islam non può essere che dittatoriale e dispotico. E' il caso dell’Arabia Saudita e, in misura minore, del Marocco. L’esempio più comico che si possa citare è quello del regime dei talebani, in Aghanistan. Aveva riunito, in qualche anno tutti i difetti, tutte le tare che un regime islamico « puro e duro » potesse generare. E' tuttavia questo genere di regime che i « pazzi d’Allah » (specialmente quelli che si sono uniti a Bin Laden) vorrebbero imporre al mondo intero. E pazzia allo stato puro !

Come faceva notare l’autore d’un eccellente articolo pubblicato nell' « L’Express », può sembrare stupefacente constatare che un buon numero di reclute della rete di « al Qaïda »sono nate nei paesi d’Europa occidentale, dunque relativamente democratici. Hanno fatto studi e sono talvolta detentori di lauree consegnate dall’insegnamento superiore o universitario. Non sono per questo meno temibili attivisti e fanatici estremamente pericolosi. Tuttavia, l’analista politico che conosce bene il corano e l’islam non si stupirà per niente di ciò. Sradicati, incapaci d’inserirsi in un contesto socio-culturale (e socio-politico) – che è in totale contraddizione con le tradizioni che la loro comunità ha loro inculcato e persiste a coltivare fuori dei limiti del mondo musulmano – finiscono per affidarsi a orientamenti politico-religiosi che non fanno a meno di ricordare quelle degli sciiti dei primi tempi. E' una sorta di contestazione globale della società, una visione anarchica che si inserisce in uno schema religioso al contempo irrazionale, anacronistico e permeato da « don chisciottismo ». E' una specie di « ricerca del graal » secondo la moda araba,una fuga in avanti colorita da una sorta di « romanticismo islamico » che s’impregna delle « epopee » della grande epoca delle conquiste arabo-musulmane.

E' altrettanto stupido quanto voler rimodellare l’Europa ispirandosi al modello napoleonico o ai principi enunciati da Carlo Magno o Carlo Quinto !

E' soprattutto la prova d’una incapacità di adattarsi e di evolversi che è tipica degli adepti dell'islam. E se è vero che la politica detta d’ « integrazione » che è stata portata avanti fino ad oggi dai paesi europei non è un modello del genere,  bisogna anche riconoscere che numerosi, numerosissimi, sono i musulmani che rifiutano di integrarsi, cioè di vivere in Europa secondo gli usi e costumi degli Europei. Vogliono vivere in Europa, vogliono approfittare dell’Europa ma non vogliono le nostre leggi e i nostri costumi. Si chiudono nei loro ghetti e sognano un'Europa « islamizzata » in cui la sharî’a sostituirebbe i nostri codici civili e penali, un' Europa in cui l’Arabo sarebbe diventato una lingua ufficiale e in cui i minareti delle moschee dominerebbero i campanili delle cattedrali.

mosquée raffinerie

In certi paesi islamizzati, la confusione tra religione e vita quotidiana è tale che delle moschee sono integrate nei luoghi di lavoro. E' il caso di questa foto in cui si nota che una moschea è stata costruita all'interno stesso di una raffineria.

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